giovedì 31 luglio 2014

“Non c’è notte che non veda il giorno” diceva William Shakespeare…
Prendiamo in prestito la sua eccellente frase per provare ad uscire dagli schemi mentali "fossilizzati"... di un diffuso malessere .

L’articolo nasce dalle mie riflessioni di questi giorni su come a volte sia difficile uscire dagli schemi mentali fossilizzati, soprattutto quando si tratta di emozioni, sentimenti e dei rapporti con gli altri. Nell’era della competitività pensiamo di dover essere sempre vincenti, felici, allegri, autonomi, belli e sorridenti…. e allora se c’è un momento in cui magari hai voglia di piangere e pensi “sono triste”, trovi subito qualcuno che a questo tuo stato d’animo così naturale affibbia subito un’etichetta e magari ti mette in allarme dicendoti che come minimo “sei depressa”!
Forse sta succedendo per la sfera dei sentimenti e delle emozioni quello che succede nella medicina? Per qualsiasi minimo sintomo….. c’è un antibiotico pronto. Insomma basta un piccolo “starnuto” dell’anima e subito andiamo a cercare un rimedio esterno per il nostro malessere. Ma l’alternarsi della gioia e della tristezza, dell’euforia e della malinconia non sono forse come il naturale alternarsi della notte e del giorno? Ma davvero dobbiamo essere sempre sorridenti e felici? Brillanti e competitivi per essere “vincenti”? Ma vincenti per chi? Su chi? E per quale posta in gioco?
Mi convinco sempre di più che la vera grandezza di una persona stia invece nell’essere talmente “grande” da saper ascoltare quello che accade dentro, procedendo nel viaggio con la voglia di scoprire tante cose nuove e comprendere i loro significati.
... tuffandoci nel nostro mondo interiore ...

E se, affidandoci all’idea che “non c’è notte che non veda il giorno” provassimo a tuffarci nel nostro mondo interiore, che spesso non coincide con quello esteriore ed è retto da regole che possono essere differenti e spesso del tutto paradossali, dove tutto può succedere e forse nulla è esattamente come appare. Il mondo interiore non come fuga dalla realtà esterna, ma come arricchimento, come il nostro dono alla vita. Forse scopriremo che anche la lunghezza del tempo, del giorno e della notte, non è uguale per tutti…..e che anche il tempo, così come lo spazio, è soggettivo.
Un aforisma dell’americano Alan Watts dice che “la vita è un gioco, la cui prima regola è: essa non è un gioco, è una cosa molto seria.” E sempre su questo tema scrive lo psichiatra Ronald Laing: “State giocando un gioco. Giocate a non giocare alcun gioco.”
E allora non sarebbe forse un errore lasciarsi intrappolare dagli schemi di una presunta “realtà” indipendente da noi ed estraniarsi dal gioco?
La vita, come nelle fiabe e nel gioco, presenta sempre delle prove da superare e il principio fondamentale secondo cui il gioco non è un gioco ma una cosa molto seria fa della vita un gioco senza fine il cui filo conduttore si chiama lealtà, fiducia, tolleranza.
Se riusciamo a prendere in mano il nostro gioco, ci accorgeremo ben presto di poter essere i creatori della nostra felicità come, nella stessa misura, della nostra infelicità nel rapporto con se stessi e con gli altri. E’ in questo modo che si gioca con se stessi il gioco.
... ed imparare a comprendere, apprezzare e divertici con il gioco della vita!

Esiste un settore della matematica astratta che si occupa proprio di questi problemi e, precisamente, la teoria del gioco. Ovviamente per i matematici il concetto di gioco di cui stiamo parlando, non ha alcun significato ludico, infantile. Si tratta invece per loro di uno spazio concettuale con regole molto precise che stabiliscono la miglior condotta di gioco possibile. Viene facile il parallelo fra la teoria dei giochi, le relazioni umane e il gioco stesso della vita, quando si parla della distinzione fra giochi a somma zero e giochi a somma diversa da zero. I giochi a somma zero sono tutti quelli innumerevoli giochi in cui la perdita di un giocatore significa la vincita dell’altro. Vincita e perdita sommate assieme, ammontano perciò a zero. I giochi a somma diversa da zero invece, sono quei giochi in cui vincita e perdita non si pareggiano, nel senso che la loro somma può risultare inferiore o superiore a zero. In uno di questi giochi entrambi i giocatori, o tutti se vi partecipano più di due giocatori possono vincere o perdere. Tutti vincono o tutti perdono.
Come si chiede lo psicologo Paul Watzlawick: “Perché è così difficile rendersi conto che la vita è un gioco a somma diversa da zero? Che si può vincere non appena si smetta di essere ossessionati di dover battere gli altri e se stessi per non essere battuti? E che si può perfino vivere in armonia con l’avversario decisivo, la vita?”
“Non c’è notte che non veda il giorno”……… è vita!

sabato 16 novembre 2013

L'abito di cristallo

Talvolta penso che non conosciamo noi stessi e gli altri per quello che siamo e che sono, ma ogni volta che ci guardiamo allo specchio e incontriamo qualcuno vediamo l'abito di cristallo che ognuno di noi indossa, quell'abito di cristallo fatto della sostanza di noi stessi e della trama della realtà che ci sorregge.
E così succede, spesso, che tutto ciò che è strano, insolito, atipico, nuovo, immette l'imprevedibile nell'esistenza "ordinata" delle persone e del senso comune.
Consideriamo tutto ciò più pericoloso tanto più è fragile la cristalleria di cui siamo vestiti.
In che modo conosciamo ciò che crediamo di conoscere?
Siamo abituati a pensare che la realtà possa essere "scoperta"...eppure l'uomo non è scopritore, bensì creatore di realtà. Creiamo i nostri universi di significato costruendo e inventando quell'abito di cristallo che indossiamo a seconda del nostro personale osservare, spiegare il mondo, a seconda del nostro agire.
Non esiste punto di vista neutro, l'osservatore è parte della realtà che osserva.
L'abbandono delle verità assolute e la conoscenza di ciò che vogliamo essere e non solo di ciò che dobbiamo essere, forse sono parenti stretti della libertà.
Il nostro abito di cristallo scompone e ricompone le mille sfaccettature di ciò che ciascuno di noi si porta dietro: la ricchezza della complessità.
Le azioni umane sono spesso indecifrabili, classificarle non ci aiuta molto, anche se ci dà un apparente senso di sicurezza.

lunedì 14 ottobre 2013

se non decidiamo noi...saranno gli altri a decidere per noi...

LA STORIA DELLA TARTARUGA

Voglio raccontarvi una storia.

Di Anin, una tartaruga che aveva un sogno, voleva arrampicarsi sugli alberi per conoscere altri mondi.
E per fare questo decise che era necessario privarsi del suo guscio, il carapace, inutile intralcio al
raggiungimento del suo obiettivo.

Ma non tutti erano d’accordo.
Anin fu portata davanti al Consiglio delle Tartarughe per essere processata.
Bata, la Gran Maestra, si ergeva glaciale davanti a tutte le altre tartarughe, indignata per il gesto che Anin intendeva compiere.

Se ti togli il guscio, non sarai più considerata una tartaruga!” intimò rabbiosa.
“Può la mia identità” rispose Anin “essere legata a ciò che possiedo?”

E inoltre, pensò tra sé, se ciò che possediamo ci limita a tal punto da impedirci di raggiungere i nostri sogni, perché allora continuiamo ad esserne attaccati?

Tutte le tartarughe” insistette Bata “hanno il loro guscio. Nascono, vivono, muoiono, con il loro guscio. Non puoi… fare… ciò che non è previsto!”

Convinzioni, rifletté Anin.

Chiuse gli occhi. Trattenne il respiro.
Si tolse il guscio.
Silenzio. Sguardi di disapprovazione. Di paura.

Ebbene,” disse Bata “hai scelto.
Hai scelto di non essere più una di noi.
E se sei diversa, sei un pericolo.
Sei pericolosa!”
“Sei pericolosa!” fece eco una tra il gruppo.
“Sei pericolosa! Sei pericolosa!”. L’intero Consiglio si unì in coro.
E Anin fu cacciata dal gruppo.

. . . .

Ora, Anin, vive felice sugli alberi; ha scoperto mondi nuovi, ha conosciuto nuovi amici, che parlano ogni lingua, che le insegnano i segreti più profondi della vita.Ha scoperto che non era lei a possedere il guscio, ma era il guscio a possedere lei.
È una tartaruga? Non le importa. È Anin.

. . . .

Molto più in là, in un giardino recintato, un gruppo di tartarughe nasce, vive, muore.
“Ne manca una.” dice Joe al suo datore di lavoro.
“Non importa,” risponde questi “prendi tutte le altre. L’acqua sta bollendo.”



Accade che, molto spesso, quando ci poniamo un obiettivo, entrino in gioco convinzioni limitanti.
Queste funzionano come un’apparente corazza, che con la scusa di “difenderci dai pericoli” limita i nostri movimenti e le nostre decisioni.


mercoledì 25 settembre 2013

Ma di cosa stiamo parlando? Ovvero...è possibile comunicare veramente?

Mi occupo di comunicazione e anche di pittura. Di solito i temi sulla comunicazione che affronto, sono quelli della comunicazione interpersonale, dell’interazione faccia a faccia. In questi ultimi giorni curiosamente (ma non troppo), “l’incontro” con alcuni libri mi ha portato a fare una riflessione decisamente stimolante sulla comunicazione di massa.
Stavo approfondendo stili e movimenti pittorici e , mentre leggevo alcuni testi sulla pop art, Andy Warhol, Lichtenstein, Wesselman e i loro messaggi, ecco che riscopro nella mia libreria un testo di Mario Perniola, professore di estetica all’università di Roma e di Kyoto. Il titolo del libro: “Contro la comunicazione”. Il libro di Perniola tratta della comunicazione massmediatica e la pop art si occupa dei miti e del linguaggio della comunicazione di massa. Mi sembra una coincidenza interessante! E soprattutto mi sembra uno spunto per approfondire l’argomento. Insomma il procedimento è quello dell’entrata casuale che si utilizza nel pensiero creativo.
Comunicazione vs Conoscenza? … o Conoscenza vs Comunicazione?
Sulla copertina del libro di Perniola è riportata questa frase: “La comunicazione è l’opposto della conoscenza. E’ nemica delle idee perché le è essenziale dissolvere tutti i contenuti. L’alternativa è un modo di fare basato su memoria e immaginazione, su un disinteresse interessato che non fugge il mondo ma lo muove.”
La comunicazione massmediatica, la cui influenza si estende anche alla cultura, alla politica e all’arte, sembra la bacchetta magica che trasforma l’inconcludenza, la ritrattazione e la confusione da fattori di debolezza in prove di forza. Nel suo rivolgersi direttamente al pubblico, saltando tutte le mediazioni, essa ha un’apparenza democratica, ma è in realtà una forzatura che omologa tutte le differenze..
Per sostenere la sua teoria, l’autore del libro ci racconta quelle che lui chiama tre storiette sulla comunicazione che, adesso che vi ho incuriosito, vi riporterò fedelmente.
La prima riguarda un seminario sulle nuove tecnologie. Dopo quattro ore di accesa discussione, alla quale parteciparono una ventina di operatori culturali di varie professioni e competenze, uno di questi esclamò, provocando un breve sconcerto fra i presenti: “ma di cosa stiamo parlando?”. La domanda non ricevette risposta; tutti la ritennero irrilevante e la discussione continuò per altre quattro ore. Ripreso integralmente con la videocamera, il seminario diventò parte di un corso di new media venduto ad alto costo in dvd.

La seconda storietta riguarda invece la performance del capo di un partito. Questi fece un’affermazione pubblica provocatoria e aggressiva nei confronti di un gruppo socio-professionale, cosa che suscitò in molti scandalo e indignazione. Dopo poche ore ritornò sull’argomento ritrattando parzialmente la propria dichiarazione. Il giorno dopo sostenne che la frase incriminata era scherzosa e del tutto priva di intenzioni offensive. In serata affermò che essa conteneva in ogni caso una parte di verità. Il terzo giorno disse che era stato interpretato male. Nel pomeriggio aggiunse infine che si era solo fatto portavoce di un’opinione molto diffusa, che non condivideva. Tuttavia fu per tre giorni alla ribalta dei mass media.
La terza storietta ha per protagonista un tycoon dell’arte contemporanea, il quale riuscì finalmente ad aprire nel luogo più prestigioso della capitale la sua nuova galleria permanente, accompagnando l’evento con una campagna pubblicitaria senza precedenti. Mosso dall’intento di rendere davvero popolare l’arte contemporanea, raccolse in lussuosissime sale opere di artisti di tendenze e orientamenti quanto mai diversi, che avevano in comune la caratteristica di non richiedere alcun intervento interpretativo: nella sua strategia infatti, la nuova arte doveva colpire lo spettatore per il suo carattere diretto e realistico. I visitatori della galleria, il cui prezzo d’ingresso era considerevolmente elevato, raggiungevano così il duplice risultato di divertirsi come in un luna park e di partecipare a un rituale elitario.”
Ma vogliamo, per favore, iniziare a comunicare veramente?!… Andy Warhol ci offre un bello spunto…
Da queste storiette si giunge alla conclusione della trasformazione della comunicazione massmediatica, così apparentemente democratica in ideologia, in qualcosa che trasforma tutto in indefinito, in qualcosa in cui gli opposti si mescolano e si confondono, in un contesto in cui tutto può essere contemporaneamente una cosa, il suo contrario e anche tutto quello che ci sta in mezzo.
La comunicazione, continua Perniola, abolisce il messaggio, non attraverso il suo occultamento, e quindi rendendolo segreto, ma attraverso un’esposizione esorbitante e sfrenata di tutte le sue varianti. Nel segreto c’è un contenuto da preservare; la comunicazione invece mira al dissolvimento di tutti i contenuti.
Lascio Mario Perniola per tornare alle mie letture sulla pop art. La pop art (letteralmente arte popolare) prende il via da un nuovo panorama sociale che coincide con il boom economico sviluppatosi negli USA fra il 1959 e il 1970. Le forme espressive di questo movimento artistico nascono prelevando oggetti e immagini da una realtà che è quella del boom economico, caratterizzata da una forte domanda di beni di consumo, di intrattenimento, spettacolo e cultura che portano all’avanzare di una società sempre più omologata, in modo esponenziale.
Erano gli anni settanta, ora siamo nel 2005 e non siamo certo in un periodo di boom economico. Sull’omologazione della società quanto è cambiato? Eppure se ne è discusso tanto…. “Molto rumore per nulla!?” (tanto per citare anche Schakespeare!)
Tornando alla pop art Andy Warhol è certamente il più conosciuto fra gli artisti pop. Nella mia riflessione siamo passati dalla comunicazione attraverso le parole alla comunicazione attraverso le immagini, di cui indubbiamente Warhol è maestro.
Wharol entra nel mondo della comunicazione passando per la porta della pubblicità commerciale veicolata dai giornali e dalle riviste e lavora con risultati eccellenti nel design pubblicitario.
Il commento che fornirà di questa sua prima esperienza è sorprendente: “ Volevano cose originali e poi non erano mai contenti; chiedevano di apportare sempre nuove correzioni finchè veniva fuori un prodotto personale: In profondità cosa significano queste parole? All’origine negli studi in cui si elabora l’immagine pubblicitaria si mettono in gioco troppa creazione e gusto individuale; circola una libertà in dosi eccessive. Ma in definitiva la pubblicità più ancora che prodotta viene subita e consumata con assuefatta passività. E ancora, la pubblicità non è tanto un progetto aperto, passibile di sempre nuove modificazioni, quanto una cosa definita una volta per tutte che poi scorre, si ripete, scompare.”
Wharol a questo punto si metterà a lavorare come artista in proprio, ma paradossalmente non lo farà per acquistare maggiore libertà ma, all’opposto per intervenire nella circolazione delle immagini piuttosto che nella loro creazione al fine di assumere in pieno la condizione dell’uomo comune, dell’uomo medio americano e così ottenere una compiuta conoscenza della comunicazione artificiale di massa.
La prima conseguenza è il rifiuto dell’invenzione. Warhol rifà ciò che è già fatto, rifà le immagini che stanno sotto gli occhi di tutti per sottrarle all’invisibilità e renderle, per una volta almeno, tanto “vedibili” da farcele scorgere e conoscere realmente. Perché è proprio l’oggetto che ci sta di continuo presente davanti allo sguardo che ci sfugge, che non arriviamo a vedere.
Un grande scrittore americano Edgar Allan Poe nell’elaborare questo concetto scrisse uno dei suoi più illuminanti racconti: La lettera rubata. Ciò che è troppo esposto si sottrae alla nostra percezione visiva: nel racconto, la lettera fortemente compromettente, posata con maligna astuzia nella piena visibilità del ripiano di una scrivania, sfugge alle ripetute ispezioni di una squadra esperta di poliziotti.
Paradosso, ma poi verità anche troppo giornaliera, esperienza comune. Ci rendiamo conto di una qualsiasi cosa, la vediamo, registriamo la sua presenza secondo la qualità e la quantità di esperienza che mettiamo in atto e spendiamo per scorgerla e per adoperarla. E nel tipo di esperienza, più di quella troppo consapevole conta invece l’esperienza fisica, corporale, insieme a quella inconscia. Ma quale esperienza riusciremo mai a compiere di fronte a un manifesto dell’autostrada, ad un’inquadratura del telegiornale, a una foto stampata sulla pagina di un quotidiano? Minima, se non prossima allo zero. Per avere una giusta visione dell’acquario, è meglio starne fuori, non essere il pesciolino rosso che vi nuota dentro.
Ecco la lezione di Wharol: nel rifarla Wharol tira fuori l’immagine dal circuito comunicativo in cui galleggia per renderla, per un momento almeno completamente presente.
Qualunque sia il linguaggio utilizzato, dalle parole alle immagini, il problema sembra proprio essere nel circuito comunicativo , nella nostra percezione e nell’esperienza che mettiamo in gioco. E allora forse è nostra la responsabilità , in quanto pesci rossi,di uscire dall’acquario!

martedì 24 settembre 2013

Oltre le gabbie della logica... alcuni enigmi per liberare il pensiero creativo

Oggi sempre di più il pensiero creativo è considerato strumento trasversale per la crescita personale e professionale.
Rispondere a una domanda significa conoscere la risposta. Certo, questo è ovvio. Ma solo quando sia la domanda che la risposta hanno una base puramente nozionistica o razionale. Questo è ciò che succede, per esempio, quando rispondiamo a un quiz, sia esso semplice o complesso. Ma cosa accade invece quando la domanda presuppone un trabocchetto, uno scarto laterale, quando lo stesso quesito appare del tutto illogico o addirittura incongruente? Bisogna affidarsi alla fantasia, alla creatività, spesso anche a linguaggi che vanno al di là della logica e delle parole. 
Non sempre per affrontare i pensieri e per risolvere i problemi la via migliore da seguire è una linea retta. A volte è utile guardare di lato, camminare di traverso come i granchi. Eppure spesso questo ci riesce difficile….. perché “non è logico!”. La logica e i vincoli della logica spesso ci tengono prigionieri, ci intrappolano nei nostri schemi mentali, anche quando ci accorgiamo che questi in particolari situazioni non sono efficaci. Eppure non riusciamo ad andare oltre.
Andare oltre...

Ricordate la storia di Ulisse? Quando Ulisse si fa legare dai compagni all’albero della nave per poter udire, solo lui, il magico canto delle Sirene senza restare vittima di quella pericolosa seduzione, non fa che dare espressione ad una dimensione tipica della razionalità umana: l’adozione di tecniche e vincoli in grado di garantire il conseguimento di determinati obiettivi, la capacità di operare anticipazioni e di agire in base a un calcolo logico delle conseguenze.
Come ci insegna però il pensiero laterale (espressione coniata da Edward De Bono) in certi casi è necessario abbandonare tutto ciò che ci sembra scontato e “scartare di lato”, deviare per lasciare libertà al pensiero affinchè possa trovare una soluzione del tutto alternativa e che al pensiero convenzionale può sembrare sbalorditiva. E a questo punto mettiamo in gioco quell’elasticità che è anche della mente e non solo dei muscoli e che, per fortuna, è un dono egualitariamente distribuito fra gli uomini e che, come i muscoli, si può e si deve allenare se vogliamo ottenere dei risultati.
... per liberare il pensiero creativo

E’ di quelle strategie, quei trucchi, quei metodi e quei “giochi seri” che ci permettono di liberare il pensiero creativo e di dare voce alla parte destra del nostro cervello, quella che spesso consideriamo come la sorella minore della parte sinistra logica e saccente, che voglio parlarvi in questo e negli altri articoli che seguiranno, proponendovi alcuni giochi ed esercizi che spazieranno dagli enigmi, ai disegni alla scrittura creativa. E’ un modo per darsi il permesso di allenare quei processi mentali assolutamente differenti da quelli lineari della consueta logica alla quale siamo abituati.
Gli enigmi che vi propongo per iniziare prendono forma da situazioni che alla prima impressione sembrano strane o illogiche. Bisogna dunque elaborare queste curiose circostanze per individuarne esattamente la chiave.

PARTITE A SCACCHI
Due maestri di scacchi hanno disputato cinque partite. Ognuno di loro ha vinto lo stesso numero di partite dell’altro e non ci sono state partite terminate in parità. Com’è possibile?

IL MISTERO DEL BAGNO TURCO
Quattro distinti signori si incontrano ogni giovedì in un bagno turco all’ora di pranzo. Antonio è un musicista e porta sempre con sé il registratore a nastro con l’auricolare. Bruno è un impiegato di banca gelosissimo del suo thermos con bibite ghiacciate. Carlo e Daniele sono due assicuratori che approfittano della pausa per leggere un buon libro l’uno e un quotidiano l’altro.
Un giovedì si trova nella sala il corpo di Daniele con una profonda ferita all’altezza del cuore. La polizia interviene immediatamente bloccando i 3 signori gli unici presenti e sequestrando gli oggetti in loro possesso.
 
Nessun altro oggetto è stato rinvenuto nel locale.
Chi è l’assassino? E come ha fatto a uccidere Daniele?

I BISCOTTI
Il governo danese rifornisce gli impiegati di un suo particolare dipartimento con biscotti che vengono loro consegnati, regolarmente, ogni mattina. Per quale scopo?

RE GIORGIO IV
Giorgio IV nacque nel 1736 e regnò in Inghilterra dal 1820 fino alla sua morte, nel 1830. La storia non lo descrive come un sovrano degno di importanti menzioni. Ma un particolare del suo abbigliamento fu decisamente innovativo. Fu il primo ad indossare scarpe che prima di lui nessuno aveva nemmeno potuto immaginare. Da allora quel tipo di calzature è entrato nell’uso comune, le state indossando anche voi in questo momento. Ma all’inizio dell’800 erano una vera e propria eccentricità.
 
Che cosa avevano di curioso le scarpe di Re Giorgio IV?

Buon divertimento a quanti di voi non conoscono già le soluzioni a questi enigmi. 
Vi lascio con una frase di Sherlock Holmes, sopraffino esempio di pensatore laterale uscito dalla penna di Sir Conan Doyle: “Le condizioni più importanti possono dipendere da particolari, apparentemente i più trascurabili”.



venerdì 23 agosto 2013

INCONTRARSI

Incontrarsi….talvolta  un incontro “quasi” casuale , si inerpica verso il cielo e, con il battito d’ali di un misterioso “effetto farfalla” può  creare il più bello degli arabeschi del destino…..
Misteriosi eventi sincronici sembrano costellare la vita di ognuno di noi. Improvvisamente un evento accade in perfetto sincronismo con un pensiero, e l’evento stesso racchiude sempre un significato profondo il cui scopo è quello di guidare la nostra vita verso il proprio destino….
Incontrarsi….. è ciò che l’antico bambino dentro di noi ricorda ancora: il fuori è dentro e il dentro è fuori, la fiaba è eterna, come eterno è il simbolo cangiante della magia.
Incontrarsi…..nel tempo-non tempo, nel sogno più reale di ogni caleidoscopico sogno… è il sogno che  esce dal territorio della notte dalle oscurità, che ci apre le porte dell’altrove, dove ogni spazio del pensiero è un luogo che non spiega ma evoca…..
Incontrarsi…..là dove si sciolgono le ristrette e aride categorie del razionale… per respirare all’unisono.
Incontrarsi….. è il tempo non consecutivo. Qui, le emozioni vivono, come realtà e sogni dell’anima….mai sentono il bisogno di essere spiegate.
Qui la parola si fa colore e il colore si fa parola…. E le mani si intrecciano nel calore dell’oro.
Incontrarsi……. Dove il percorso dell’anima è il  luogo in cui la libertà non è più “mi basto” ma “ho bisogno di te”
Incontrarsi…… è l’albero sotto il quale fermarti se ti perdi….. perché è qui che, se ti perdi, il bosco ti ritroverà.
Incontrarsi è il tintinnio vivo, scrosciante, argentino della risata., il punto in cui l’ordine cosmico sembra ricollegarsi all’ordine umano, il fragore del lampo che dirige il cammino.
Incontrarsi……come goccia d’acqua nel mare….ne è autonoma ma inscindibile parte….semplicemente essa è goccia e mare insieme.
Incontrarsi…… è la luce che da fuori queste persiane…….filtra dentro e ci illumina





mercoledì 24 luglio 2013

SALTA...E LA RETE APPARIRA'...OVVERO "LA POESIA DELL'INVISIBILE"

"La fortuna ha sempre un grosso potere. Lascia che il tuo amo sia sempre in acqua: nella pozza in cui meno te l'aspetti, ci sarà un pesce"
OVIDIO

Nei miei post, pescando dalla cassetta degli attrezzi, parlo spesso, così come faccio ogni giorno con le persone , di come liberarci da tutto ciò che ci limita perchè il primo passo è certamente quello di liberarci da tutte quelle cianfrusaglie racchiuse nei cassetti del cuore e nelle pieghe della mente  che ci tengono vincolati in maniera inefficace ai ricordi, alla scarsa autostima, al dialogo interno negativo con noi stessi, alla paura di soffrire, alla rabbia.

Bene! Questo è un passaggio, ma non basta.
Arriva poi un momento in cui se vogliamo diventare farfalle dobbiamo decidere di spiccare il volo. E non è a caso che ho pensato ad una farfalla, perchè nel momento in cui decidiamo davvero che vogliamo cambiare alla determinazione dobbiamo dare le ali per volare e queste ali chiedono leggerezza, colori, capacità di voler cavalcare le onde del vento, creatività.

Se pensate di poter essere i creatori della vostra vita come se fosse un'opera d'arte vi troverete a vivere il viaggio più straordinario che potete immaginare, perchè ogni attimo della vostra vita vi riserverà sorprese, perchè il viaggio sarà più ricco del raggiungimento della meta. Non crediate però che tutti siano dalla vostra parte. Spesso vedere le persone che ci stanno vicino , cambiare, non ci piace, non perchè non gli vogliamo bene ma perchè la cosa che più crea resistenza negli esseri umani è il cambiamento.

Spesso non spicchiamo il volo perchè ci lasciamo bloccare da una serie di cose di buon senso, di convenzioni imposte, di blocchi che oggettivamente non esistono. Un pò per l'incapacità di vederli, un pò per la paura di ciò che pensano gli altri se non rientriamo negli schemi normali (mi chiedo sempre normali per chi, poi!). Così una volta ci diciamo che è troppo tardi, una volta che non abbiamo soldi, una volta che non abbiamo tempo, una volta saltiamo il presente da vivere per occuparci di cose del tipo "ma se un giorno....", già....troppo comodo come alibi! Non decido di fare una cosa adesso perchè la logica mi dice che un giorno potrebbe accadere qualcosa per cui cambierò la mia decisione. Si, avete capito bene, questo è solo un alibi vigliacco per non prendersi responsabilità sul vivere il presente e per non mettersi in gioco.

Del resto si sa, diventare creativamente se stessi comporta il metterci la faccia, il lanciare sfide creative, il vivere le emozioni a pieno...l'essere come siamo, che spesso si sa, non a tutti quelli che ci stanno intorno piace. E allora vuoi mettere la facilità di trovare almeno dieci buoni motivi per cui....potrei fare ma non faccio?...

La leggerezza non è incoscienza, la creatività è un metodo per ottenere le cose, per dare le ali ai sogni, non è uno sterile volo di fantasia e non facciamoci troppe domande se ci sembra strano essere uno splendido fiore che cresce sopra un sottile gambo verde. E' la nostra autostima, il credere nel sogno e il saper cogliere ogni piccola vittoria e sconfitta della nostra giornata quel gambo verde in cui passa la linfa vitale: il gambo verde che porta al fiore.

Parafrasando Calvino, che sulla leggerezza e sulla sua importanza ci ha dato lezioni impagabili, la leggerezza che voglio suggerirvi oggi è quella della "poesia dell'invisibile, la poesia delle infinite potenzialità imprevedibili".

Ci vuole coraggio...il coraggio di pensare che le cose possono anche andare bene!

E ci vuole il coraggio di abbandonare quella che per molti sembra essere una sorta di "coperta di Linus": la rabbia

La rabbia è uno strumento, non un padrone!
E' ciò che ci deve spingere spingere al cambiamento.
Una compagnia scomoda certo ma se vogliamo volare ricordiamoci sempre che la rabbia non può mai essere un'azione in sé e per sé, bensì un invito all'azione.

Insomma: "Salta...e la rete apparirà"